La nascita del cinema: tra i fratelli Lumière e Pirandello

Nel celebrare oggi il compleanno del cinema (ben 130 candeline!), fissato convenzionalmente al 28 dicembre 1895, data della prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière a Parigi, nel seminterrato del Grand Café del Boulevard des Capucines, nel Salon Indien, è doveroso ricordare un momento che segna una svolta decisiva nella storia della cultura moderna. In quell’occasione Louis e Auguste Lumière mostrarono per la prima volta al pubblico la loro invenzione, il Cinématographe, dando origine al cinema inteso come spettacolo pubblico a pagamento. Non si trattava più soltanto di un esperimento tecnico o scientifico, ma della nascita di una nuova forma di comunicazione destinata a influenzare profondamente la società.

Durante quella storica serata vennero proiettati dieci brevi film, al costo di un franco ciascuno:  “La Sortie de l’usine Lumière à Lyon”, “La Voltige”, “La Pêche aux poissons rouges”, “Le Débarquement du congrès de photographie à Lyon”, “Les Forgerons”, “L’Arroseur arrosé”, “Le Repas de bébé”, “Le Saut à la couverture”, “La Place des Cordeliers à Lyon”, “La Mer”. 

Si trattava di scene di vita quotidiana, semplici e realistiche, che tuttavia suscitarono grande stupore nel pubblico, affascinato dalla possibilità di vedere la realtà riprodotta in movimento. Queste prime immagini rivelano fin da subito una delle caratteristiche fondamentali del cinema: la capacità di trasformare il reale in spettacolo, rendendolo osservabile, ripetibile e condivisibile.

Con il passare del tempo, il cinema si affermò come mezzo di massa, modificando il modo di raccontare storie, di trasmettere emozioni e di rappresentare il mondo. Esso contribuì a creare nuovi modelli culturali e sociali, incidendo sul rapporto dell’uomo con le immagini e con la tecnologia. Proprio su questi aspetti si innesta la riflessione di Luigi Pirandello, uno dei primi intellettuali italiani a interrogarsi criticamente sul significato del cinema nella società moderna.

In relazione alla nascita e allo sviluppo del cinema si colloca infatti una delle opere più interessanti di Pirandello. Il romanzo fu pubblicato inizialmente nel 1915 a puntate con il titolo Si gira… e successivamente, esattamente cent’anni fa, nel 1925, lo scrittore lo ripropose in volume con il titolo definitivo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, con cui è conosciuto ancora oggi. Il cambiamento del titolo non è casuale: esso mette in evidenza la forma diaristica dell’opera e il punto di vista del protagonista, un operatore cinematografico.

Considerato tra i primi romanzi italiani a riflettere in modo critico sul cinema, allora un mezzo espressivo ancora giovane, il testo racconta la vicenda di Serafino Gubbio, il cui compito è osservare e registrare la realtà attraverso la macchina da presa. Serafino è costretto a reprimere le proprie emozioni per diventare un osservatore neutrale, quasi una parte della macchina stessa. In questo modo egli diventa il simbolo del rapporto problematico tra l’uomo moderno e la tecnologia, che rischia di ridurre l’individuo a un ingranaggio privo di identità e di voce.

Attraverso il cinema, Pirandello denuncia dunque il pericolo della disumanizzazione e della perdita di autenticità nella società contemporanea. Il progresso tecnico, pur offrendo nuove possibilità espressive, può allontanare l’uomo dalla vita vera, trasformando l’esistenza in una sequenza di immagini da registrare anziché da vivere.

Anni dopo, il cinema, pur conservando e alimentando costantemente la sua anima tecnologica, si sarebbe rivelato uno dei linguaggi artistici in assoluto più decisivi, capace di esplorare con straordinaria profondità la complessità e le contraddizioni della natura umana, offrendo uno specchio unico attraverso cui l’uomo può osservare se stesso e il mondo che lo circonda.

L’opera di Pirandello conserva comunque un valore fortemente attuale, anticipando di fatto riflessioni che riguardano, in particolar modo, ancora oggi il nostro rapporto con i media e con le immagini.

 

Si sentono schiavi anch’essi di questa macchinetta stridula, che pare sul treppiedi a gambe rientranti un grosso ragno in agguato, un ragno che succhia e assorbe la loro realtà viva per renderla parvenza evanescente, momentanea, giuoco d’illusione meccanica davanti al pubblico. E colui che li spoglia della loro realtà e la dà a mangiare alla macchinetta; che riduce ombra il loro corpo, chi è? Sono io, Gubbio. [Quaderni di Serafino Gubbio operatore]