AIC TECH 05 – LA MATERIA DELLA LUCE
Camera e lens test: la tecnica come strumento dello sguardo
Il camera e lens test realizzato durante AIC Tech – La Materia della Luce non nasceva dal desiderio di costruire una classifica tra camere e ottiche, né di ridurre l’immagine a una serie di valori puramente strumentali.
Come cinematographer, volevamo osservare qualcosa di più concreto e insieme più difficile da misurare: il modo in cui la luce diventa materia, quanto a lungo un volto conserva la propria verità e quale spazio ogni lente riesce a immaginare intorno al soggetto.
Il test è stato quindi tecnicamente controllato, ma volutamente estetico nella valutazione. Non cercavamo soltanto informazioni recuperabili nel file. Cercavamo densità, profondità, colore e una qualità dell’immagine capace di suggerire una direzione narrativa.
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Il sistema RED messo a disposizione da FOWA
Il comparto camera è stato interamente fornito da FOWA e comprendeva:
* due RED V-RAPTOR [X] 8K VV;
* una RED V-RAPTOR XL [X] 8K VV;
* una RED KOMODO-X.
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Una dotazione particolarmente ampia, che ci ha permesso di predisporre configurazioni differenti, gestire più agevolmente i cambi ottica e lavorare senza compromessi operativi.
Il test principale sulla risposta del sensore, sulla latitudine di esposizione e sulla resa degli incarnati è stato condotto con una RED V-RAPTOR [X] 8K VV Z Mount, utilizzando l’intera superficie VistaVision.
La presenza della V-RAPTOR XL [X] e della KOMODO-X ha completato sul set un ecosistema RED molto articolato, offrendo corpi adatti a esigenze produttive differenti. Le considerazioni sulla latitudine contenute in questo report si riferiscono però specificamente alla V-RAPTOR [X] utilizzata per il bracketing.
La camera è stata impostata a ISO 800, con acquisizione in REDCODE RAW R3D HQ. Per il monitoring e lo sviluppo del negativo digitale è stata utilizzata la pipeline IPP2 in REDWideGamutRGB / Log3G10.
Sull’attacco Nikon Z è stato installato un adattatore c7 Adapters LPL, che ha consentito di utilizzare le ottiche Large Format Vantage e Hawk fornite da REC.
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La luce come riferimento
La luce principale incidente sul volto è stata costruita con sorgenti al tungsteno da 1.000 watt con attacco Mogul.
Non volevamo limitarci a simulare una temperatura colore vicina ai 3.200 K. La scelta del tungsteno reale nasceva dalla volontà di offrire al sensore e alle ottiche una luce continua e particolarmente affidabile nella lettura della pelle.
L’incarnato non è mai un singolo colore: contiene rossi, gialli, magenta, variazioni fredde, trasparenze e riflessi superficiali. Il tungsteno ci ha fornito una base stabile sulla quale osservare quanto di questa complessità venisse conservato dalla camera e quanto, invece, fosse reinterpretato dalle differenti famiglie di lenti.
Le luci di taglio e separazione sono state realizzate con corpi illuminanti Godox LED, forniti da FOWA tramite Daylight. Sono stati utilizzati per disegnare i profili, separare il soggetto dallo sfondo e introdurre sorgenti dirette con cui esplorare flare e riflessi interni.
La combinazione tra tungsteno e LED non rispondeva quindi soltanto a un’esigenza tecnica: ci permetteva di mantenere un riferimento cromatico solido e, contemporaneamente, di modellare lo spazio in maniera più libera.
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Il sensore VistaVision e la materia del volto
La V-RAPTOR [X] utilizza un sensore globale VistaVision 8K da 8192 × 4320 pixel, con una superficie attiva di circa 40,96 × 21,60 millimetri.
Il dato interessante, per noi, non era soltanto la risoluzione. Era il modo in cui questa superficie modificava il rapporto tra focale, distanza, angolo di campo e profondità.
Il grande formato permette di costruire immagini nelle quali il volto acquista volume senza essere semplicemente ritagliato dallo sfondo. Lo spazio sembra organizzarsi su più livelli e il decadimento del fuoco diventa una vera componente della composizione.
La risoluzione 8K si è dimostrata elevata, ma non automaticamente aggressiva. Il sensore offriva una base molto ricca e lasciava alle ottiche il compito di trasformarla: più trasparente con alcune lenti, più avvolgente o atmosferica con altre.
Questa è stata una delle qualità più convincenti della camera: non uniformare il vetro sotto un unico look digitale, ma lasciare che ogni ottica manifestasse il proprio linguaggio.
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Il test di esposizione: da quattro stop sotto a quattro sopra
La V-RAPTOR [X] è stata sottoposta a un bracketing compreso tra quattro stop di sottoesposizione e quattro stop di sovraesposizione rispetto all’esposizione assunta come riferimento.
Il materiale è stato osservato sia in monitoring sia successivamente sui file R3D HQ. In DaVinci Resolve, le differenti esposizioni sono state ricondotte verso il riferimento attraverso i controlli Camera RAW, intervenendo anche sull’ISO interpretato del negativo digitale.
Non si trattava di una misurazione laboratoriale della gamma dinamica. Per certificare un numero assoluto sarebbero serviti una step chart calibrata, livelli fotometrici strumentali, soglie di rumore definite e misurazioni precise del clipping.
La nostra domanda era differente: fino a che punto l’immagine sarebbe rimasta ancora credibile, viva e utilizzabile da un cinematographer?
Nella finestra compresa tra −4 e +4 stop, il materiale ha mantenuto una notevole coerenza nella struttura tonale, nella separazione cromatica e, soprattutto, nella resa del volto.
Il file non era tecnicamente identico al riferimento: recuperando le sottoesposizioni aumentava il rumore, mentre sovraesponendo diminuiva il margine residuo nelle alte luci. Percettivamente, però, l’immagine restava sorprendentemente stabile.
A −3 e −4 stop, le ombre conservavano ancora differenze cromatiche e il volto non diventava immediatamente grigio o monocromatico. La pelle manteneva una distinzione tra componenti calde e fredde sufficiente a preservarne il volume.
Sul versante della sovraesposizione, finché i singoli canali non raggiungevano il clipping definitivo, era possibile recuperare non soltanto luminanza, ma anche una parte significativa della cromia e della texture. I riflessi sulla fronte e sugli zigomi non si trasformavano immediatamente in superfici piatte.
La luce al tungsteno rendeva particolarmente leggibile la progressione tra incarnato, riflesso caldo e massima luminosità.
La camera avrebbe potuto essere spinta oltre, ma per il nostro obiettivo questa finestra di otto stop era già sufficiente. Non cercavamo il punto in cui il file collassava. Cercavamo il limite entro il quale continuava a essere un’immagine e non soltanto un dato recuperabile.
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Gli incarnati
Il volto è stato il centro effettivo del test.
La combinazione tra sensore VistaVision, R3D HQ e tungsteno reale ha prodotto incarnati densi, ricchi di variazioni e privi di una saturazione artificiale.
Anche dopo recuperi importanti, il viso continuava a conservare microtexture, differenze vascolari, riflessi caldi, aree più fredde e transizioni leggibili tra luce, mezzi toni e ombra.
La risposta del sensore diventava particolarmente interessante quando cambiava l’ottica.
Con le Vantage One4, il volto appariva luminoso, preciso e tridimensionale.
Con le Hawk65, il dettaglio veniva assorbito in una materia più morbida e atmosferica.
Con le Hawk MHX, la geometria del volto rimaneva controllata, mentre l’espressività si trasferiva soprattutto nello spazio fuori fuoco.
Con le DZOFILM, emergeva una lettura più evidente del colore e del flare.
Il sensore non uniformava le lenti. Le lasciava parlare.
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Le ottiche: non una competizione, ma linguaggi differenti
Il test non è stato concepito come un confronto diretto tra Vantage/Hawk e DZOFILM.
Parliamo di sistemi appartenenti a fasce produttive, progettuali ed economiche differenti. Vantage e Hawk rappresentano strumenti premium, destinati a produzioni che richiedono un controllo molto raffinato della resa e una meccanica adatta al noleggio professionale.
DZOFILM si colloca invece in una fascia mid-range e risponde a necessità diverse: cinema indipendente, videoclip, fashion film, branded content e produzioni realizzate da troupe più agili.
La domanda non era se le DZOFILM potessero sostituire le Vantage. Volevamo capire quale immaginario potessero offrire a una nuova generazione di cinematographer e quanto linguaggio fosse oggi accessibile anche fuori dalle produzioni di fascia più alta.
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Hawk65: lo spazio che respira
Le Hawk65 sono vere anamorfiche Large Format con fattore di compressione 1.3x.
Tra le ottiche provate sono state quelle capaci di trovare l’equilibrio più sottile tra carattere e misura.
Il loro bokeh era ellittico, ma non sembrava mai imposto graficamente. Le luci fuori fuoco si distendevano nello spazio, contribuendo a dilatare l’inquadratura senza distrarre dal volto.
La loro qualità non stava semplicemente nella forma ovale delle alte luci. Era l’intera relazione tra i piani a cambiare. Il fuoco decadeva lentamente, con una qualità atmosferica, e il soggetto sembrava appartenere allo spazio anziché essere separato artificialmente da esso.
Sugli incarnati, le Hawk65 restituivano una pelle ricca, morbida e ancora realistica. Il microdettaglio rimaneva presente, ma veniva integrato in una tessitura organica.
Anche i flare erano eleganti e controllabili: comparivano quando la sorgente veniva realmente cercata, senza introdurre dominanti cromatiche eccessivamente preponderanti.
Il carattere era evidente, ma non si sovrapponeva mai al soggetto. Le Hawk65 sembravano lasciare al cinematographer la scelta di quanto mostrarlo.
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Vantage One4: la trasparenza che si trasforma
Le Vantage One4 sono prime sferiche Large Format T1.4.
La loro immagine appariva più trasparente rispetto alle Hawk65. Il bokeh era pieno e prevalentemente circolare, con un decadimento del fuoco cremoso e progressivo.
Il volto emergeva con grande volume, ma senza essere ritagliato. La definizione era elevata, mai clinica, e la pelle conservava microdettaglio insieme a una particolare rotondità dei mezzi toni.
La vera sorpresa arrivava però alla massima apertura.
Durante il nostro test, a T1.4, una sorgente diretta produceva un flare circolare iridescente, di grande bellezza e con una firma completamente personale. Non era una semplice velatura né una generica perdita di contrasto: diventava una vera forma luminosa all’interno della composizione.
Il fenomeno esisteva esclusivamente a tutta apertura. Chiudendo il diaframma anche soltanto di mezzo stop, il flare circolare iridescente scompariva immediatamente.
Questa discontinuità rendeva le One4 particolarmente affascinanti: normalmente precise, luminose e trasparenti, ma capaci a T1.4 di mostrare improvvisamente una componente più romantica e imprevedibile.
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Hawk MHX: il volto reale, lo spazio onirico
Le Hawk MHX Hybrid Anamorphics restituiscono un’immagine 1x, senza compressione e senza necessità di desqueeze, ma conservano caratteristiche percettive associate all’anamorfico, tra cui il bokeh ellittico.
La loro geometria appariva molto controllata. Il volto rimaneva credibile e corretto, mentre lo sfondo assumeva una qualità più grafica e onirica.
Rispetto alle Hawk65, il bokeh era meno atmosferico e più disegnato. Rispetto alle One4, era più esplicitamente ellittico e riconoscibile.
Il close focus molto spinto permetteva inoltre di avvicinarsi al soggetto senza rinunciare alla pulizia della geometria. Questo le rendeva particolarmente interessanti nei primi piani: il volto restava reale, mentre tutto ciò che lo circondava acquistava una diversa qualità percettiva.
Anche le MHX, alla massima apertura di T1.9, hanno mostrato durante il nostro test un flare circolare iridescente, distinto da quello delle One4 e dotato di una propria identità cromatica.
Anche in questo caso il fenomeno era netto e circoscritto alla massima apertura: chiudendo il diaframma di mezzo stop, il flare scompariva immediatamente.
Le MHX sembravano quindi possedere due anime: una controllata e geometricamente precisa, l’altra capace, soltanto a tutta apertura, di trasformare la sorgente luminosa in un elemento quasi pittorico.
Le Hawk65 dilatano lo spazio.
Le One4 lo rendono trasparente, ma a T1.4 ne rivelano un’improvvisa iridescenza.
Le MHX lo disegnano, mantenendo il volto reale e affidando al fuori fuoco la propria componente più onirica.
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DZOFILM ARCANA: l’anamorfico come gesto visibile
Le DZOFILM ARCANA sono anamorfiche Full Frame 1.5x T2.1.
Rispetto alle Hawk65, propongono una firma più immediata e dichiarata. Il loro carattere entra rapidamente nell’immagine ed è difficile che rimanga invisibile.
Nel test, il bokeh era evidente, con punti luminosi ovali e una marcata distensione verticale. Lo sfondo acquistava rapidamente una struttura anamorfica riconoscibile.
Anche i flare erano più ricchi e cromaticamente presenti. La sorgente non rimaneva soltanto un elemento della scena, ma poteva trasformarsi in un segno grafico orizzontale capace di attraversare l’inquadratura.
La transizione tra fuoco e fuori fuoco era meno sottile rispetto alle Hawk65, ma possedeva una forza immediata. Sugli incarnati, la lente partecipava maggiormente alla costruzione del look, restituendo una percezione più vivace e colorata.
Non è una caratteristica necessariamente positiva o negativa: dipende dal linguaggio del progetto. In un racconto naturalistico richiede misura; in un videoclip, un fashion film o un’opera più visionaria può diventare il centro stesso dell’immagine.
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Il valore delle ARCANA per una generazione next-gen
Il valore delle ARCANA non consiste nel tentativo di replicare una Hawk65 a un prezzo inferiore.
La loro forza è rendere accessibile una grammatica anamorfica completa a produzioni più leggere e a cinematographer che stanno costruendo il proprio linguaggio.
Il formato compatto e il peso intorno ai 700 grammi permettono di utilizzarle su gimbal e configurazioni più agili. Questo non rappresenta soltanto un vantaggio produttivo, ma modifica concretamente il modo di muovere la camera e di concepire le riprese.
Per un giovane cinematographer, le ARCANA possono diventare un vero strumento di formazione estetica: consentono di studiare il rapporto tra squeeze e focale, la posizione delle sorgenti rispetto al flare, l’influenza del bokeh sulla composizione e l’uso narrativo delle aberrazioni.
Il loro carattere evidente richiede consapevolezza. È facile lasciarsi sedurre dall’effetto e mostrarlo sempre. Ma proprio per questo obbligano a compiere una scelta: quando lasciare parlare la lente e quando trattenerla.
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DZOFILM Arles Prime: un Large Format più diretto
Le DZOFILM Arles Prime propongono una lettura sferica del Full Frame e del VistaVision.
Nel nostro test hanno restituito un’immagine moderna e cromaticamente più presente rispetto alle One4. Il bokeh era circolare e morbido, con una buona separazione tra volto e sfondo e una leggera tendenza a diventare più dinamico verso le aree periferiche.
La transizione del fuoco risultava piacevole, anche se meno complessa e stratificata rispetto alle Vantage.
Gli incarnati apparivano ricchi e luminosi, mentre flare e colore partecipavano in modo più evidente alla costruzione dell’immagine.
Le Arles non vanno considerate una versione economica delle One4. Offrono una diversa possibilità estetica: un accesso più diretto all’immagine Large Format, con grande apertura, profondità ridotta e una personalità immediatamente leggibile.
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Conclusioni
La RED V-RAPTOR [X] 8K VV si è dimostrata una piattaforma estremamente solida per esplorare il rapporto tra grande formato, incarnato e carattere ottico.
La finestra verificata tra quattro stop sotto e quattro sopra ha mostrato un file capace di conservare non soltanto informazione, ma credibilità. La pelle illuminata dal tungsteno reale ha mantenuto colore, volume e continuità anche dopo recuperi importanti.
Soprattutto, il sensore ha lasciato emergere le differenze tra le ottiche.
Le Hawk65 hanno costruito un’immagine ampia e atmosferica.
Le One4 hanno lavorato sulla trasparenza e sul volume, rivelando a T1.4 un flare iridescente sorprendente.
Le MHX hanno conservato il volto dentro una geometria pulita, affidando al bokeh ellittico e al flare a tutta apertura la propria componente più onirica.
Le ARCANA hanno proposto un’anamorfica più diretta, grafica e cromaticamente dichiarata.
Le Arles hanno offerto una lettura sferica moderna, luminosa e più accessibile del Large Format.
Non è emersa un’ottica migliore.
Sono emersi modi differenti di guardare un volto, organizzare lo spazio e lasciare che la luce entri nell’immagine.
Ed era questo il senso del test: non capire quale strumento fosse più perfetto, ma quale immagine ciascuno fosse capace di farci desiderare.
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Partner tecnici
Un ringraziamento particolare va a FOWA, che ha messo a disposizione due RED V-RAPTOR [X] 8K VV, una RED V-RAPTOR XL [X] 8K VV, una RED KOMODO-X e le ottiche DZOFILM ARCANA e Arles Prime.
I corpi illuminanti Godox LED utilizzati per le luci di taglio e separazione sono stati forniti da FOWA tramite Daylight.
Le ottiche Hawk65, Hawk MHX e Vantage One4, insieme alle attrezzature e al supporto del comparto grip, sono state messe a disposizione da REC.
L’adattatore LPL installato sulla RED V-RAPTOR [X] Z Mount è stato realizzato da c7 Adapters.
La disponibilità congiunta di camere, vetri, luce e supporto tecnico ha permesso di osservare ogni elemento non come un componente isolato, ma come parte di un unico gesto cinematografico. <Questo messaggio è stato modificato>
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