Claudio Cirillo festeggia un secolo di vita: i film e le collaborazioni che hanno segnato la sua carriera!
L’AIC rende omaggio a Claudio Cirillo, che festeggia il traguardo dei cent’anni. Una straordinaria ricorrenza anagrafica, ma soprattutto una vita interamente attraversata dal cinema: una storia professionale e umana che appartiene alla memoria della nostra cinematografia e che continua a essere, per le nuove generazioni, una testimonianza preziosa. In occasione della ricorrenza, una delegazione dell’Associazione consegnerà un attestato celebrativo ufficiale, quale segno di riconoscimento. Tra i nostri Soci che, nel corso dei decenni, hanno saputo distinguersi per attività, entusiasmo e spirito propositivo, Claudio Cirillo nasce a Roma il 31 agosto 1926, in una famiglia già profondamente legata al mondo della cinematografia. È infatti suo padre Emidio Cirillo, assistente operatore, a fargli respirare giovanissimo, nel 1942, la magia del set cinematografico: il film in questione è La donna è mobile di Mario Mattoli con Ferruccio Tagliavini e Carlo Campanini. A soli sedici anni Claudio ha così l’occasione di entrare in contatto con quella macchina produttiva che, negli anni a venire, diventerà il centro della sua vita professionale. Emidio Cirillo era un tecnico di solida esperienza e aveva lavorato come assistente operatore in diverse importanti produzioni dell’epoca, in particolare all’interno della troupe di Anchise Brizzi, collaborando a film destinati a entrare nella storia del cinema popolare italiano, tra cui Amore rosso, Il ritorno di Don Camillo, Le due orfanelle e Don Camillo e l’onorevole Peppone. Fu dunque quasi naturale che, per il giovane Claudio, quel primo ingresso in un set rappresentasse molto più di una semplice visita: fu una vera e propria folgorazione. E, curiosamente, a colpirlo non furono inizialmente né i proiettori né l’illuminazione. A catturare la sua attenzione fu soprattutto la macchina da presa, con la sua presenza sul set e, ancora di più, con i suoi movimenti. Claudio ne rimase affascinato: intuì immediatamente che dietro quell’oggetto si nascondeva la possibilità di guardare, costruire e raccontare il mondo attraverso un linguaggio fatto di immagini. Fu allora che maturò in lui il desiderio che, un giorno, la regia potesse diventare il suo mestiere. Un’ambizione tutt’altro che semplice da coltivare in quegli anni, quando a dominare il panorama cinematografico italiano erano autentici monumenti della regia: Carmine Gallone, Alessandro Blasetti, Goffredo Alessandrini, Mario Camerini. Quella prima esperienza sul set non fu dunque soltanto l’incontro casuale di un ragazzo con il cinema: fu l’inizio di un percorso destinato a svilupparsi lungo decenni, attraverso trasformazioni profonde della tecnica, del linguaggio e dell’industria cinematografica. Così dopo l’iniziale amore vero la figura del regista, Cirillo decise di provare con il reparto fotografico, individuando nell’operatore il vero interprete della macchina da presa: l’esordio nel cinema, in qualità di assistente operatore, avviene così con il film Licenza premio nel 1951, regia di Max Neufeld e fotografia firmata da Francesco Izzarelli. Successivamente affina la propria formazione al fianco di importanti Autori della fotografia come Arturo Gallea con cui gira Pane, amore e fantasia (1954) di Luigi Comencini, Peppino Rotunno con cui gira Le notti bianche (1957) di Luchino Visconti. L’esordio come operatore alla macchina avviene con Mario Albertelli con il film Porta un bacione a Firenze (1955), regia di Camillo Mastrocinque; al fianco di Albertelli ha modo di lavorare anche con il mitico Totò, girando le scene di autentici film-cult della comicità italiana come Totò, Peppino e…la malafemmina (1956) e Totò, Peppino e i fuorilegge (1956) entrambi diretti da Mastrocinque. Per oltre dieci anni lavora quindi come operatore di macchina al fianco di Armando Nannuzzi, insieme al quale stringe un sodalizio artistico che lo catapulta sui set di film prestigiosi diretti, tra i tanti, da registi quali Luigi Comencini (La bugiarda – 1965, Il compagno Don Camillo -1965, Incompreso –1966, Italian Secret Service –1968), Dino Risi (L’ombrellone, 1965), Alessandro Blasetti (La ragazza del bersagliere), Francesco Maselli (La donna del giorno), Alberto Lattuada (Mafioso), Vittorio De Sica (Il boom –1963, che tra l’altro rappresenta di fatto l’unica occasione in cui Claudio e suo padre Emidio hanno la possibilità di lavorare insieme), Antonio Pietrangeli (La parmigiana – 1963, La visita –1963), Mauro Bolognini (Un bellissimo novembre –1969), Luchino Visconti (Vaghe stelle dell’orsa –1965), Carlo Lizzani (Svegliati e uccidi –1966). L’esordio come Autore della Cinematografia avviene nel 1968 con il film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola, nato dalle letture giovanili di Salgari, Verne, Conrad dello stesso regista: nel cast Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier. Film che avrebbe dovuto illuminare Armando Nannuzzi, che dovette rinunciarvi a causa della contemporaneità delle riprese de La caduta degli dei di Luchino Visconti. Nannuzzi così decide di affidare al fedele Cirillo senza esitazione la responsabilità fotografica del film di Scola: pellicola girata in gran parte in esterni (il film è ambientato in Angola), dove tra l’altro oltre a firmare la cinematografia Cirillo si sdoppia anche nella veste di operatore alla macchina. Insieme a Scola darà vita a un sodalizio artistico segnato da titoli come Il commissario Pepe (1969) con Ugo Tognazzi nella parte del commissario, Permette? Rocco Papaleo (1971) con Marcello Mastroianni emigrato negli Stati Uniti per tentare la fortuna come pugile, La più bella serata della mia vita (1972) di nuovo con Alberto Sordi. Seguiranno quindi Trevico-Torino: Viaggio nel Fiat-Nam (1973) – girato in 16mm e con una piccola troupe dalla Unitelefilm – e il capolavoro C’eravamo tanto amati (1974), mirabile affresco cinematografico girato parzialmente in bianco e nero e parzialmente a colori, con un cast memorabile che vedeva la presenza di Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi, Stefano Satta Flores. Come in una sorta di romanzo di formazione collettivo, con C’eravamo tanto amati Scola racconta il cambiamento di un’intera società, quella italiana, attraverso le vicende di tre amici, Antonio, Gianni e Nicola, ex partigiani le cui vite si intrecciano nell’arco di trent’anni. Al centro di questo percorso, Luciana rappresenta il cardine sentimentale e il trait d’union che lega le loro storie, accompagnandone sogni, disillusioni e trasformazioni. Il film quindi si segnala per interessanti e suggestive soluzioni narrative come il monologo interiore di stampo teatrale, e come accennato, per la duplice narrazione cromatica, dal momento che venne girato in bianco e nero e a colori: il passaggio tra le due narrazioni cromatiche, a testimoniare un deciso salto temporale in avanti avviene nella celebre sequenza in cui un madonnaro (interpretato da Luciano Ricceri, scenografo del film) è impegnato a disegnare sull’asfalto, mentre i tre amici protagonisti della storia si separano. Nello stesso anno (i due film usciranno entrambi nel dicembre del 1974) Cirillo gira un altro capolavoro ancora con Vittorio Gassman, in una delle sue interpretazioni più memorabili, Profumo di donna di Dino Risi. Per illuminare le vicende umane del Capitano Fausto Consolo -un non vedente – perlopiù ambientate in quattro diverse città (Torino, Genova, Roma, Napoli) e in piena estate – Cirillo opta per degli interni in penombra o sottotono, mentre per gli esterni decide di aumentare la luminosità del sole, in contrapposizione al buio e alla cecità del protagonista, rischiando anche la sovraesposizione. Con Risi lavorerà anche nel film successivo Telefoni bianchi (1976), dove ritroverà per la terza volta Gassman. Nello stesso anno da segnalare l’interessante approccio fotografico per Un sussurro nel buio (1976) diretto da Marcello Aliprandi, dove tra l’altro lo stesso Cirillo si cimenta anche nella recitazione, interpretando l’ispettore capo di polizia e Safari Express (1976) diretto da Duccio Tessari ed interpretato da Giuliano Gemma, Ursula Andress, Jack Palance. All’inizio degli Anni Settanta da ricordare la lunga trasferta americana (ad Haiti) per le riprese di Addio zio Tom (1971), diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, famosi per aver dato origine insieme a Paolo Cavara, al genere mondo movie. L’anno dopo prende parte a Don Camillo e i giovani d’oggi (1972) diretto da Mario Camerini, con Gastone Moschin (don Camillo) e Lionel Stander (Peppone) nei ruoli che furono di Fernandel e Gino Cervi. Fondamentale poi l’importante sodalizio artistico con il regista Nanni Loy, per entrambi il più importante in termini numerici. Sono ben otto i film che i due girano insieme: il claustrofobico Café Express (1980), Testa o croce (1982), Mi manda Picone (1983), Amici miei – Atto IIIº (1985), il film-tv Gioco di società (1989), Scugnizzi (1989), Pacco, doppio pacco e contropaccotto (1993) e la miniserie-tv in due puntate targata RAI A che punto è la notte (1994) tratta dall’omonimo romanzo di Fruttero & Lucentini, e interpretata da Marcello Mastroianni. Superate le divergenze iniziali, legate alla genesi del loro primo film, Cirillo e Loy finiranno per diventare grandi amici, continuando a lavorare fino alla prematura morte del regista avvenuta nel 1995. Sul finire degli anni Settanta Cirillo comincia quindi a dedicarsi alla commedia di genere come nel caso de I due superpiedi quasi piatti (1977) di E.B. Clucher e soprattutto con Fantozzi contro tutti (1980) di Neri Parenti e Paolo Villaggio, Italian Boys (1982) diretto da Umberto Smaila, Vacanze di Natale (1983) e Vacanze in America (1984), entrambi diretti da Carlo Vanzina, film legati al fortunato filone della nuova stagione della commedia italiana legata soprattutto a grandi incassi al botteghino. Nel 1986 firma Il mostro di Firenze diretto da Cesare Ferrario, liberamente tratto dall’omonimo libro del giornalista Mario Spezi. Per Augusto Caminito firma insieme a diversi colleghi Grandi cacciatori (1988) che vede protagonisti Klaus Kinski e Harvey Keitel. Collabora quindi a film d’impegno civile come Giovanni Falcone (1993) e Segreto di Stato (1995) di Giuseppe Ferrara. L’ultimo lavoro come autore della fotografia è Gialloparma (1999), ultimo film scritto e diretto dallo scrittore e regista Alberto Bevilacqua, tratto dal suo omonimo romanzo. Negli anni Novanta Claudio Cirillo è stato inoltre docente di Fotografia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nel 2013 gli è stato assegnato l’Esposimetro d’Oro alla Carriera (Premio Internazionale della Fotografia Cinematografica Gianni Di Venanzo).