Teatro. Il Leone d’oro alla carriera a Emma Dante: Clarissa Cappellani, AIC ricorda “Misericordia”

È Emma Dante, la più celebrata regista italiana di teatro e d’opera, il Leone d’Oro alla carriera della Biennale Teatro 2026. Lo ha stabilito il Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia su proposta di Willem Dafoe, Direttore del settore Teatro. La cerimonia di premiazione è avvenuta il 12 giugno, nel corso del 54° Festival Internazionale del Teatro nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale. Il direttore Dafoe ha così espresso la motivazione: «Emma Dante è un’artista, una donna che, partendo da Palermo, dal cuore della sua Palermo – recita la motivazione – ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a quei temi scomodi e dolorosi che da sempre sembrano connotare la sua terra. In questa ricerca, Emma Dante ha portato con sé, in un eterno e dolente confronto, il tema della famiglia, quello della morte e del compianto, del sogno e della fantasia, dell’amore e della violenza: elementi con cui ha impregnato la sua creatività e la sua idea di teatro, raggiungendo un linguaggio proprio e riconoscibile. Con ironia, empatia, affetto, Emma Dante ha evocato sul palco un teatro fatto di straordinaria semplicità e umanità, capace di guardare agli ultimi, ai dimenticati, ai reietti, a quelle marginalità umane e urbane che ha raccontato come pochi altri artisti.»

Lo stesso tema della famiglia e dei reietti è al centro del suo ultimo film, MISERICORDIA, insignito del Grand Prix come Miglior Film al Tallinn Black Nights Film Festival (noto anche come PÖFF), con un’altra bella motivazione: «Un film potente su come rimanere solidali e, soprattutto, su come mostrare umanità in un ambiente emarginato. Splendidamente diretto, girato e interpretato.» Disponibile attualmente su Raiplay, è valso il premio come Miglior Autore della Fotografia al festival del cinema di Spello alla nostra Socia Clarissa Cappellani, AIC, candidata poi al Nastro d’Argento, che ricorda per la nostra redazione quell’esperienza: 

 “Dall’ex carcere (un centro sociale occupato) in cui conobbi Emma alla candidatura sono passati esattamente 20 anni. Nel 2004 stava provando Vita mia, uno dei suoi capolavori, per me fu un’epifania. Iniziai ben presto a girare le sue prove, a muovermi sul palco insieme agli attori e insieme scoprimmo quanto cinematografico fosse quel suo mondo di famiglie lacerate, in perenne decomposizione e ridefinizione.

Dal trionfo al Festival di Avignone 2021 (il quotidiano Le Monde le rese omaggio definendola «la papessa siciliana ed eretica»), lo spettacolo Misericordia ha girato per anni anche oltre l’Atlantico e la sua trasposizione dal palco al set è stata tanto per Emma naturale quanto per me sbalorditiva: mai avrei immaginato che un interno cittadino fatiscente potesse traslarsi in una baraccopoli in riva al mare.

Sin dalle prime stesure della sceneggiatura, era evidente come per Emma l’orizzonte fiabesco fosse assai più accentuato che nelle opere precedenti, più realistiche se non per qualche tratto destabilizzante (dalla situazione grottesca di Via Castellana Bandiera e la strada che si allarga, alla famiglia senza genitori ma con 600 colombe de Le sorelle Macaluso). In MISERICORDIA l’elemento onirico che vira nell’incubo, dello stupore piegato allo strazio, dell’innocenza fanciullesca che diventa condanna quando la malattia non permette di crescere, si catalizzano in un’ambientazione spettacolare: Emma scaraventa la straziante storia di tre prostitute che si prendono cura di un ragazzo disabile, nella riserva naturale di Monte Cofano. È un luogo a me caro sin dall’infanzia, in cui ho trascorso tutte le mie vacanze attraverso l’adolescenza e l’età adulta, e che avevo fatto conoscere a Emma nell’estate del 2005 – ricordiamo sempre ridendo come lei volle scappare perché si sentì assalita da un’ape.

Le mie scelte fotografiche sono state secche, immediate. Per la prima volta ho deciso di girare in Univisium 2:1, il paesaggio qui era consustanziale ai personaggi ma non volevo un formato eccessivamente panoramico per non schiacciare la verticalità del Monte Cofano che domina la scena (ed è co-protagonista dall’inizio alla fine). Volevo un sensore Super35 per usare soprattutto grandangoli e lenti sferiche che evitassero effetti ottici distraenti. Ho scelto le Cooke S2-S3 per la loro pasta densa e le ho sforzate a diaframmi estremi, f8, f16, anche f22. Il mio assistente operatore (Stefano Meloni, che ho avuto il piacere di ritrovare dopo 10 anni da VCB) si prendeva in giro struggendosi che dopo questo film non sarebbe stato più in grado di fare i fuochi.

Per me era importante che i personaggi fossero incastonati nella roccia, incastrati tra l’acqua salata e i rifiuti. Volevo contrasto e saturazione cromatica nel blu, rosso, giallo, proprio come nei fumetti che il protagonista Arturo (uno strabiliante Simone Zambelli, Miglior Attore al Black Nights) sfoglia freneticamente. Durante i provini, il Dit Dario Indelicato mi faceva notare i deterioramenti nelle curve ma appena capita la storia ha iniziato a divertirsi anche lui. Abbiamo fatto un magnifico lavoro e in color, con Mauro Vicentini, abbiamo rispettato e assecondato il carattere afferrato sul set.

L’insieme dei ragionamenti fotografici convergeva naturalmente sull’Arri Alexa Mini, impostata a 1250 ISO per proteggere le alte luci sugli elevati contrasti (abbiamo girato a giugno). In generale negli esterni ho sempre un po’ sottoesposto per evitare la brillantezza dell’immagine. Trovo che aprire dopo dia morbidezza alle alte luci. Mini è stata perfetta per l’abbondanza di macchina a spalla e lunghi piani sequenza (abbiamo puntellato la narrazione anche con uno zoom Cooke Varotal su cavalletto, immagini subacquee e un lungo drone finale). Come nei lavori precedenti con Emma, abbiamo provato le scene più complesse nelle settimane prima di girare, mentre la scenografia sorgeva intorno a noi.

Il compito d’inventare e costruire questo villaggio d’immondizia in un paradiso è stato affidato alla geniale Emita Frigato (scenografa di tutte le opere cinematografiche di Dante). Dico sempre come per me fotografia e scenografia siano un super-reparto, inscindibili, questo lavoro ne è stato esempio. Emma voleva la baracca di Arturo come un cubo oscuro, con una porta-finestra come unica fonte di luce perché la presenza di finestre le appariva estetizzante, data la vista sul mare. Come sempre aveva ragione ma io ero in difficoltà, temevo l’effetto teatro di posa con tre pareti piatte (per altro la baracca era minuscola). Ho iniziato a studiare libri su favelas e baraccopoli fino ad imbattermi nel volume Cuba. Vivir Con della fotografa Carolina Sandretto. Tra i suoi potenti scatti c’era una signora in un interno spoglio, accanto ad una finestra bassa costruita con una tavola di legno in orizzontale, sembra una porta. Mi accesi perché sapevo come Emma avrebbe colto la soluzione per farla diventare motore drammaturgico nel racconto del vicinato (ben tre scene saranno poi giocate su questa stranissima finestra di comunicazione tra la famiglia di Arturo e i dirimpettai). Mandai subito una foto a Emita che intuì la potenzialità e rilanciò: «Che ne dici se anche il tetto è fatto di porte rotte?» Ho già scritto che Emita è un genio? Grazie alla foto di Sandretto ottenni una seconda fonte luminosa con cui plasmare la luce e un soffitto sgangherato che diventò lucernario attraverso cui chiazzare l’oscurità dell’antro. Una fotografia ha ispirato la fotografia.

Questo impasto continuo tra i reparti e le arti credo sia l’insegnamento più grande che mi porto da Misericordia. Di questa osmosi fa anche parte la coordinazione in scena che ho avuto con le attrici e gli attori nelle tante scene concitate: abbiamo coreografo ogni spostamento per evitare di scontrarci, salvaguardando la credibilità del pathos. E in questo voglio ricordare anche il microfonista, Andrea Oppo, che si è contorto in ogni modo disumanamente possibile pur di darmi libertà d’azione. Emma Dante invita tutti a sfidare i propri limiti, fossero anche solo quelli fisici: ricordo un’improvvisazione di una rissa sulla terra battuta, nel caos e nella polvere, sempre mdp a spalla, in cui Emma a tratti recitava a tratti dava indicazioni di regia. Non finiva più, è durata 15 minuti e non è stato montato neppure un fotogramma ma a quanto è servito per capire le relazioni di quella comunità! Papessa e adesso anche leonessa.”