In sala: Emilio Costa, AIC firma “Mi batte il corazon”

 

Dal 19 marzo nei cinema “Mi batte il corazon”, il primo film di Peppe Iodice, che firma la sceneggiatura insieme a Francesco Burzo, Marco Critelli e Francesco Prisco. La commedia, diretta dallo stesso Prisco, prende spunto dallo spettacolo teatrale “Ho visto Maradona” e mette in scena una storia surreale e ironica. Protagonista è Peppe Iovine, giornalista di una piccola emittente locale, intrappolato in un’esistenza tranquilla ma anonima, fatta di abitudini ripetitive e sogni mai realizzati. La sua vita scorre senza scossoni, fino a quando un improvviso infarto lo coglie di sorpresa, decretandone la morte. O almeno così sembra. Nel pieno del suo funerale, Peppe si risveglia improvvisamente dentro la bara. Da quel momento, la sua esistenza si trasforma in un paradossale incubo a occhi aperti: per lo Stato risulta ufficialmente morto, per sua moglie è un enigma inspiegabile, e per il quartiere diventa una figura quasi leggendaria, “quello che ha visto Maradona”. Intrappolato in questa condizione assurda, Peppe è costretto a confrontarsi con la propria identità, con ciò che è stato e con ciò che avrebbe voluto essere, in un viaggio grottesco e al tempo stesso profondamente umano, dove il confine tra vita e morte si fa sempre più labile.

 

Il film nel primo giorno di programmazione ha fatto registrare la miglior media copia. Come sei stato coinvolto nel film?

Io e Francesco volevamo già lavorare insieme da qualche anno, ma le circostanze non ci avevano aiutato. Quindi quando è sorta questa possibilità, non me lo sono fatto dire due volte. Alessandro e Andrea (i produttori) sono cari amici, e quindi è avvenuto tutto con molta spontaneità, in un contesto molto familiare. So anche quanto tutti avessero scommesso su questo piccolo film, quindi mi sono sentito subito molto responsabilizzato.

 

Come è stata la collaborazione con il regista Francesco Prisco?

Francesco è una persona che ti lascia molta libertà creativa e sa affidarsi. Ha delle idee molto chiare su quello che serve al film, e poi ti lascia riempire il resto con la tua visione. Io ho un approccio molto intuitivo al camerawork, quindi mi trovo bene con registi che si lasciano influenzare molto dalla scena e dalla location per decidere come girarla, talvolta anche durante il giorno stesso di lavorazione. E’ stato un matrimonio felice, e l’atmosfera gioviale e familiare sul set ha aiutato molto.

 

Il film è ambientato a Napoli, la tua città, ed è prodotto da Alessandro e Andrea Cannavale (figli dell’indimenticato Enzo) per Run Film: lo tesso Iodice è tra i comici napoletani più amati. Un bel lavoro di squadra, made in Napoli…cosa puoi aggiungere a riguardo?

Posso aggiungere che da qualche anno a questa parte Napoli è cresciuta molto come polo indipendente del cinema. Ci sono maestranze molto valide e belle teste con belle idee. Ciò detto, siamo pochi, e siamo tutti amici, e girare a Napoli è un po’ come girare in famiglia, con gli amici di sempre con cui hai condiviso tanti momenti. Sapevo che l’operazione sarebbe stata molto identitaria: Peppe è molto amato dai miei conterranei, e sta diventando una piccola bandiera della napoletanità. Ripeto, sono piccole responsabilità che sento molto nello stesso modo in cui sento la città.

 

Quali sono state le scelte per quello che riguarda camera, lenti e luci?

Faccio una premessa: questa era la mia prima commedia “leggera” (se leggera si può dire) e quindi è stato bello per me approcciare fotograficamente al film in modo molto diverso da come lavoro abitualmente. In questi film, il vero compito della fotografia è accompagnare in modo invisibile la storia. Se la gente crede a quello che sta vedendo, allora viene messa nelle condizioni di ridere. Ho cercato di farmi notare il meno possibile, mantenendo comunque un profilo high-key che non rinunciasse alla profondità e alla volumetria delle immagini: d’altro canto, si trattava di trasporre l’immagine di un personaggio televisivo al cinema e chiedersi come la gente l’avrebbe presa. Mi sono assicurato che il salto si percepisse ma che fosse naturale, e ho cercato di rappresentare Peppe in modo diverso da come solitamente il pubblico è abituato a guardarlo su un palcoscenico. Altrimenti perchè mai, per un fan di Peppe, andarlo a vedere al cinema, se non sotto nuove spoglie? Ho girato in Alexa e Cooke s4, niente scelte azzardate. Mi sono concentrato sulla rappresentazione del protagonista nel calarlo da un palco televisivo a situazioni realistiche e narrative.

 

Come hai gestito la post- produzione?

La post l’abbiamo fatta in Frame con il colorist Marco Valerio Caminiti. E niente, ci ripassavamo la scena e ridevamo. Non siamo usciti molto fuori traccia, se non per qualche scena, dalla LUT che avevo sviluppato per il film, che partiva da una emulazione di Kodak 250D, ma poi ci siamo accorti in laboratorio che chiudeva troppo la curva dei neri e gli abbiamo dato un po’ di dinamica in più. Se ci faceva ridere la scena, vuol dire che stavamo andando nella direzione giusta.

 

Una tua personale considerazione su Iodice al primo film da protagonista?

Peppe è una persona squisita. Alla prima del film ci siamo abbracciati, l’ho sollevato e ci siamo fatti un paio di piroette insieme, nella preoccupazione generale di chi ha assistito alla scena. Per lui far uscire in sala questo film è stato come assistere alla nascita del terzo figlio. Si è messo immediatamente a disposizione mia e di Francesco, nella consapevolezza del fatto che, in realtà, queste operazioni di trasposizione sul grande schermo sono delicate. Non sai mai cosa si aspetta la gente da te, e devi essere in grado di essere riconoscibile ma anche offrire qualcosa di diverso dallo show televisivo per cui sei conosciuto, e devo dire che dopo i primi due giorni era diventato un attore cinematografico a tutto tondo! Questo lascia trasparire solo una grande intelligenza e sensibilità.
Lunga vita agli spiriti gentili.