Dario Germani, AIC ricorda la figura del giornalista Mino Damato: “Gridare agli anni luce”.

Dario Germani, AIC firma la Fotografia di “Gridare agli anni luce”, diretto da Andrea Damato e prodotto da Undicidue3 in collaborazione con Rai Documentari.

Così racconta per la nostra redazione la lavorazione del documentario e, soprattutto, l’esperienza umana e professionale che ne ha accompagnato la realizzazione: un viaggio attraverso immagini, ricordi, luoghi e testimonianze che ha permesso di riscoprire la figura di Mino Damato non soltanto come giornalista e volto della televisione, ma come uomo capace di trasformare il racconto in azione e la curiosità in impegno concreto.

“Mino Damato è stato, sin dalla mia infanzia, una figura quasi mitologica. Le sue trasmissioni televisive andavano ben oltre la semplice informazione: lui stesso sperimentava, affrontava in prima persona gli argomenti e coinvolgeva lo spettatore, facendolo sentire parte dell’esperienza.

Il suo modo di fare televisione è stato per me profondamente innovativo: non più soltanto divulgazione, ma un approccio operativo, concreto. Alcuni dei suoi servizi non avevano neppure la certezza di riuscire e proprio per questo guardarli diventava un’avventura da affrontare insieme a lui.

Per mia fortuna ho avuto la possibilità di conoscerlo attraverso suo figlio Giampaolo, di cui sono stato amico e collaboratore. Molte volte, dopo la sua scomparsa, abbiamo fantasticato su quanto sarebbe stato interessante, ma anche complesso, raccontare un uomo così poliedrico attraverso un documentario.

La tenacia di entrambi e il sostegno dei produttori Pierpaolo Marcelli e Marco Gaudenzi hanno fatto sì che quella fantasia potesse finalmente diventare realtà.

Il documentario è diretto magistralmente dal nipote Andrea, che ha saputo raccontare il nonno attraverso lo sguardo della famiglia, restituendone un ritratto intimo e allo stesso tempo straordinario: un inviato di guerra, un divulgatore scientifico, un conduttore dei programmi di prima serata di quella televisione bella, discreta, interessante e capace di coinvolgere il pubblico.

Dal documentario emerge un uomo a cui sembrava impossibile dire di no. Ospiti illustri come Carlo d’Inghilterra, Sting, scienziati e artisti di ogni campo partecipavano alle sue trasmissioni spesso senza una scaletta preparata, affidandosi completamente alla possibilità di confrontarsi con un uomo che non era alla ricerca del gossip o dello scandalo. Mino riusciva invece a ricondurre quei grandi personaggi alla loro dimensione più autentica, alla loro interiorità, trasformando uno spazio televisivo in un salotto che da pubblico diventava privato, intimo, immersivo.

Il maestro Vittorio Storaro aveva curato la luce della sigla di uno dei suoi programmi più famosi, trasformando quella sigla in una vera e propria opera d’arte televisiva.

Poi, però, si scopre l’uomo. E soprattutto la sua immensa umanità.

L’uomo che apre la propria casa e la propria famiglia a una bambina malata di AIDS, in un periodo dominato dalla paura e dal pregiudizio. E che, in seguito, mette le proprie risorse a disposizione per occuparsi della cura e del benessere di molti altri bambini malati e abbandonati a loro stessi in Romania, un Paese che in quegli anni stava passando dalla dittatura alla democrazia nella povertà più assoluta, dove occuparsi dei più deboli era spesso considerato qualcosa di secondario.

Andrea, il regista, ha fatto fin dall’inizio una richiesta semplice ma, a mio avviso, geniale: non snaturare gli ambienti, gli habitat, i luoghi in cui vivono gli intervistati attraverso una fotografia patinata o eccessivamente costruita.

Abbiamo così potuto entrare nella verità e nell’intimità di persone che conservavano un ricordo di questo “superuomo”.

Un corredo di lenti vintage Nikkor mi ha aiutato a dare alle immagini la giusta dimensione, creando dei quadri capaci di richiamare le fotografie di famiglia e, allo stesso tempo, il periodo storico che stavamo raccontando.

La luce doveva quindi adattarsi il più possibile a quella naturale. Il mio contributo doveva essere discreto, quasi invisibile: creare continuità e restituire l’atmosfera e l’emozione che provavamo entrando, con rispetto, nelle intimità degli altri.

Il documentario alterna immagini splendide di repertorio, dai primi servizi in bianco e nero girati in 16 mm — come la caccia al capodoglio o i viaggi in Afghanistan, in un periodo in cui molti spettatori sapevano a malapena dove si trovasse — fino ai servizi a colori, passando dalla pellicola alle prime telecamere a tubo e accompagnando così anche l’evoluzione tecnica del linguaggio televisivo.

Il mio lavoro non doveva necessariamente legarsi ai singoli contributi di repertorio, ma mantenere una propria neutralità e una continuità visiva.

Abbiamo utilizzato due Blackmagic 6K G2, macchine versatili e snelle, con le quali siamo arrivati anche in Romania. Qui, legandoci alle immagini degli anni Ottanta, potevamo entrare e uscire continuamente da due epoche tanto vicine quanto lontane.

Tra ospedali ancora semi-fatiscenti e la difficoltà di raccontare un periodo così buio, è nata una narrazione di grande intensità emotiva, nella quale emergono contemporaneamente la fragilità degli esseri umani e la forza di pochi individui capaci di cambiare la vita di moltissimi bambini.

Emotivamente, credo sia stato il lavoro più intenso della mia vita.

Ho realizzato diversi documentari, anche in luoghi del mondo dove povertà e fame sono parte della quotidianità. Ma raccontare una situazione così rapida e devastante, che coinvolgeva soprattutto bambini, ha toccato in me emozioni uniche.

Un misto di rabbia e stupore accompagna la seconda parte del documentario: rabbia di fronte alla consapevolezza della meschinità dell’uomo e stupore davanti alla capacità di un singolo individuo che, con caparbietà e immediatezza, riusciva a salvare vite mentre intorno a lui tutti sembravano capaci soltanto di parlare e progettare.

Forse è proprio questo il grande insegnamento che lascia il documentario: fare subito, con ogni mezzo possibile, ciò che è veramente importante.

Non dire mai: “Poi lo facciamo”.

Subito.

Perché c’è sempre qualcuno — spesso un bambino — che ha bisogno di aiuto proprio in quel momento.

Da giornalista a conduttore, da divulgatore a supereroe: è questo il percorso che racconta il documentario. Un percorso magistralmente narrato dal nipote più grande, Andrea, con sentimento ma anche con il giusto distacco.

Perché Mino non era soltanto il nonno di Andrea.

Mino era di tutti.”

DARIO GERMANI, AIC

 

CREDITI:

REGIA: Andrea Damato PRODOTTO DA: Marco Gaudenzi e Pierpaolo Marcelli PRODUZIONE: Undicidue3 S.r.l. (Roma) IN COLLABORAZIONE CON: Rai Documentari PRODUTTORE RAI: Fabio Mancini MONTAGGIO: Andrea Cimino FOTOGRAFIA: Dario Germani, AIC GENERE: Documentario DURATA: 90′ PAESE: Italia ANNO: 2026

SINOSSI:

Esiste una distanza incolmabile tra la Terra e l’asteroide 121019 Minodamato, che porta il nome di un uomo straordinario. Partendo da questo vuoto siderale, “Gridare agli anni luce” ripercorre le molte vite del giornalista Mino Damato attraverso lo sguardo del nipote, che ne esplora l’eredità umana e professionale: dall’impegno come inviato nei più devastanti conflitti del Novecento alla popolarità televisiva, fino alla missione nella Romania post-Ceaușescu, dove la scoperta della tragedia degli orfani sieropositivi cambiò per sempre il suo destino. “Gridare agli anni luce” ricostruisce la figura di Damato attraverso un intreccio di archivi e testimonianze, mosaico di memorie storiche, collettive e familiari. Non si tratta di una biografia convenzionale, ma di un’indagine che interroga lo spazio tra l’uomo pubblico e il suo legame profondo con il cosmo, inteso come orizzonte ultimo di libertà.