CLARISSA CAPPELLANI, AIC: CSC, RIFLESSIONI DAI LABORATORI SICILIANI.

Questa primavera sono stata invitata dal Centro Sperimentale di Cinematografia – sede Sicilia a tenere due laboratori sulla fotografia documentaria e la luce naturale. Realizzati grazie ad un bando pubblico finanziato dal Pnrr, i corsi erano aperti a cittadinə nazionali e internazionali. Selezionando curricula e lettere d’interesse, ho formato due gruppi di dieci allievə ciascuno, cercando di intercettare quelle che mi apparivano le linee di interesse più ricorrenti: una più tecnica, espressa da chi aveva già esperienze sul set o scuole di cinema, e l’altra più pratica, agognata da chi, sostenutə da una formazione accademica, vedeva nel documentario la possibilità di sviluppare i propri studi (prevalentemente antropologici). Ho dunque impostato i laboratori sull’analisi e la costruzione del visivo.

Il primo giorno ho mostrato loro Ignoti alla città (1958) di Cecilia Mangini, fotografia di Mario Volpi. Con dispiacere ho constatato che la più importante documentarista italiana era sconosciuta alla classe (composta da ventenni e trentenni). Chiedendo perdono a Pier Paolo Pasolini, autore del commento verbale, ho spento le casse affinché la piccola platea si concentrasse sul racconto per immagini senza appigli acustici, neppure musicali, come spiegazione. Finita la proiezione ho chiesto di raccontarmi cosa avessero visto.

Rompere il ghiaccio non è mai facile ma qualcunə ha tentato con risposte astratte: «abbiamo visto dei giovani», senza neppure una coordinata spazio-temporale. Ho chiesto di restare sullo specifico, su quale epoca, quali luoghi, giovani e dinamiche umane avessero incontrato sullo schermo. Silenzio. Non me l’aspettavo. Decisi allora di proiettarlo di nuovo e ripetete la domanda, «Cosa avete visto?». Un silenzio più profondo del precedente. Premuto play una terza volta, stoppai alla fine della sequenza dei titoli di testa. In modo farraginoso, le ragazze e i ragazzi hanno iniziato a descrivere le inquadrature: le campagne (e capire che erano i margini della città), i palazzi (e capire che era edilizia popolare pre boom economico), le baraccopoli spontanee addossate ai condomini in costruzione, ecc.

Tirar loro fuori queste parole è stato difficilissimo e ovviamente esilarante. Non era solo soggezione da primo giorno di corso, abbiamo scoperto una diffusa inabilità a nominare ciò che si vede. Con enormi sudori, sequenza dopo sequenza, hanno iniziato a descrivere le persone inquadrate, a definirli come borgatari, a chiarirne età, a specificare l’abbigliamento, a capire che veniva mostrato il loro umile lavoro e poi il tempo libero, a intravedere un arco narrativo nel susseguirsi delle immagini. Nonostante il tartagliamento (per altro spingevo a comporre frasi con “soggetto, verbo e predicato”), si sono appassionatə a questo gioco-rebus. Portarlə a notare che i ragazzini venivano raccontati da un movimento di mdp che partiva dal dettaglio di un pallone di calcio, lə ha illuminatə. Portarlə a comprendere come veniva raccontata una famiglia, far loro indicare e articolare che la donna inquadrata per presentare il nucleo familiare sputava, è stato faticoso. Così come guidarlə a osservare come ad esempio la linea dell’orizzonte fosse sempre molto alta, se non sbarrata da elementi artificiali, lə lasciava a bocca aperta. Quando arrivavano però a esplicitare cosa stessero vedendo e quali implicazioni artistiche e antropologiche ci fossero nelle scelte di fotografia, andavano in solluchero.

Fermarlə davanti alle singole inquadrature non era nei miei piani. Ed è stato sorprendente capire quanta difficoltà ragazze e ragazzi avessero a soffermarsi su un’immagine, a enunciare cosa ci fosse in campo e poi, solo poi, capire quale pensiero veicolasse. Il fatto che concettualizzassero dall’inizio lə aveva portatə a dare risposte generiche e semplicistiche, invece, con l’analisi chirurgica fatta insieme, hanno trovato decine e decine di elementi scenici e dunque di significati.

A fine esercizio (per me il discorso si sarebbe chiuso alla prima visione, a fine mattina abbiamo capito che ne era venuto fuori un esercizio), ho consigliato loro di rivederlo a casa (per la quarta volta) con l’audio. Il giorno dopo qualcunə lo aveva fatto e pur apprezzando le parole di Pasolini aveva notato come l’accompagnamento sonoro appiattisse la gran mole di segni che avevamo scoperto in classe la mattina precedente.

Questo lavoro ha fatto loro comprendere come un’immagine sia tutt’altro che un oggetto immediato, semplice, amico (come ci vogliono far credere) e che invece si tratti di un potente meccanismo di espressione, condizionamento, persino manipolazione. Come scrisse Ruth Berlau nel 1955: «per chi non vi è abituato, leggere un’immagine è difficile quanto leggere dei geroglifici». Per quattro settimane abbiamo quindi provato a studiare l’immagine come se stessimo approcciando qualcosa di sconosciuto quanto i geroglifici.

Dopo l’inizio shock, ho virato sul terreno più classico dei rudimenti fotografici, battendo sulle ottiche e sul loro ruolo di regolatori della distanza tra regista (e dunque pubblico) e scena (luoghi, cose e personaggi). Potrei sintetizzare che a livello pratico non abbiamo parlato altro che di ottiche. Anche i successivi esercizi partivano e finivano sempre a ripensare il mondo in funzione dell’ottica. Il “cosa voglio raccontare” si lega indissolubilmente a “quale ottica scelgo” e una volta scelta il mio film dirà una cosa e non un’altra. Abbiamo percorso strade diverse: raccontare una cosa con diverse ottiche e rivederle insieme in aula, descrivendo cosa cambiasse con un’ottica o l’altra; girare un’altra situazione con un’ottica prestabilita oppure studiare prima la situazione e decidere l’ottica secondo un ragionamento. L’interrogativo era sempre rivolto al dispositivo che ci avvicina o ci allontana, che seleziona, che ingrandisce lo sfondo o lo annulla, che esaspera un lineamento o schiaccia la prospettiva, ecc.

Cecilia Mangini ci ha guidato per tutte le settimane del corso e tornavamo sempre al capolavoro Ignoti alla città per trovare risposte alle nostre domande. Analizzavamo la composizione delle sue inquadrature (ognuna delle quali merita un poster) e poi quelle fatte dalle allievə. Abbiamo così affrontato il rovescio del problema sorto il primo giorno. Se di fronte ad un racconto visivo non erano abituatə a descriverlo (dunque a ragionarci sopra), hanno scoperto come sia ancora più difficile rendere con un’immagine quello che avevano in testa. Succedeva di frequente che l’allievə di turno mostrasse un elaborato, fosse anche una singola inquadratura, che la classe commentava/descriveva/capiva in un senso mentre l’autrice-autore aveva tutt’altra intenzione. È stato interessantissimo far ragionare la classe su come usare gli strumenti della composizione (oltre a ottiche, aspect ratio, esposizione e temperatura colore) per affermare un pensiero o esprimere una sensazione e non un’altra. Così quando tornavamo a Mangini, rimanevano sbalorditə capendo cosa comporti avere il controllo tecnico del mezzo.

Per guidarlə alla composizione lə invitavo a muoversi nello spazio, perché il punto debole è sempre la pigrizia: partivo dalla richiesta, in aula, di sedersi ogni giorno in posti diversi per guardare la situazione da altri angoli. Parlando di composizione ho mostrato il lavoro fotografico di Dorothea Lange, colei che con An American Exodus (1939) ha inventato il libro-reportage fotografico, oggetto e concetto prima inesistente e che quindi possiamo considerare antesignana del documentario.

Ci siamo interrogatə sul senso che abbia dividere le inquadrature nei vari piani e campi, di quanto sia una convenzione che se presa alla lettera impoverisce il linguaggio cinematografico, mentre ne è immune la fotografia still, motivo per cui è spesso di più ampia ispirazione.

Ci siamo presə un tempo per capire da cosa venga quello che in gergo si chiama “campo lungo” e abbiamo riflettuto sul progetto culturale che sta dietro al paesaggio, a partire dalle ninfee di Monet all’Orangerie andando a ritroso fino gli affreschi delle ville romane che ritraevano giardini a tutta parete. Ho portato la classe a riflettere sul senso del “primo piano”, su come sia un punto esclamativo da usare con consapevolezza (abbiamo contato appena due pp in Ignoti alla città) e sulla sua origine, il ritratto. Abbiamo ragionato sul senso del ritratto, sul perché ai greci non interessasse invece i romani ne fossero ossessionati. Siamo risalitə al primo ritratto storico, il busto di Nefertiti, per capire la potenza evocativa, magica di un volto reale.

Sopra a tutti questi ragionamenti c’è stato infatti un altro pensiero. Il primo giorno, prima di mostrare il film di Mangini, ho cercato di spiegare quello che per me è il senso di questo mestiere: il desiderio e il bisogno di entrare in comunicazione con gli altri, la curiosità verso chi ci è simile e chi no. Se non ci diverte occuparci degli altri, questo mestiere potrebbe non fare per noi. Tale prospettiva si scontra con il timore diffuso di approcciare sconosciutə e con il dilagante imbarazzo. Tutti gli esercizi di ripresa sono allora stati congegnati sul relazionarsi a sconosciutə. Davo alle allievə un tempo, da mezz’ora a un’ora, per uscire dal campus dei Cantieri Culturali alla Zisa (in cui ha sede il CSC) e trovare una situazione d’umanità su cui sperimentare il racconto di una relazione: poteva essere tra due persone, tra una persona e un luogo, ecc. «Non avevo mai immaginato che in mezz’ora potessi conoscere così tante persone», «abbiamo il tempo per farlo di nuovo?», sono alcuni dei commenti ricevuti.

Nel fine settimana ho dato un compito più specifico, cercare un personaggio femminile e immaginare un piccolo ritratto visivo. Va qui detto che su venti allievə, solo due erano palermitanə e quindi il loro vagare per la città era ancora più emozionante. Il lunedì mi hanno raccontato le loro scorribande e poi per due giorni ho lasciato campo libero alle loro riprese. Rivedere insieme il girato è stato sorprendente, si sono infilatə su pescherecci, in friggitorie, librerie, in case liberty a Mondello, in chiese e refettori, a casa della nonna, ecc. Mi hanno mostrato una Palermo che non avevo mai visto, trasmettendo una gioia contagiosa che mi fa desiderare di tornare in futuro in classe.