Songs of Paradise: conversazione con Vincenzo Condorelli, AIC

Songs of Paradise, diretto da Danish Ranzu, dal 29 agosto è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime.

A firmare la Cinematografia Vincenzo Condorelli, AIC.

 

Ambientato sullo sfondo del Kashmir negli anni ’50 e ’60 Songs of Paradise segue la vita di Zeba Akhtar (interpretata da Saba Azad), la prima cantante donna di Radio Kashmir: ispirato alla leggendaria e per certi versi “rivoluzionaria” Raj “Noor” Begum (27 March 1927 – 26 October 2016) soprannominata per le sue doti canore “L’usignolo” è un film che non solo certifica l’importanza della musica nella cultura indiana (vedi Bollywood), ma nello stesso tempo porta sullo schermo dinamiche e conflitti sociali ben precisi: se il padre di Zeba infatti si mostra comprensivo e progressista, lo stesso non si può affermare per la madre, donna conservatrice che la considera un peso, e non accetta la professione della figlia, che sarà costretta quindi a scegliere uno pseudonimo per continuare a cantare. Queste tematiche, la musica e la famiglia, tracciano ottimamente uno spaccato antropologico del periodo e della società del tempo. Il regista Danish Renzu, è nato proprio nel Kashmir, e laureatosi quindi presso l’Università della California, Los Angeles. La scelta di portare sullo schermo questa storia trova ragione nelle origini del regista o vi è altro?  

Penso che l’obiettivo principale di Danish come cineasta sia quello di raccontare il Kashmir, che è la sua terra natia, all’India ed al resto del mondo da un punto di vista diverso, per rivelare aspetti meno conosciuti della sua storia che meritano maggiore attenzione.   Nella storia recente, e meno recente, il Kashmir è stato teatro sanguinoso di guerre e terrorismo, da ultimo il conflitto lampo tra India e Pakistan del maggio scorso.  Storie come quelle di Noor Begum, a cui il nostro film si ispira, da un lato rappresentano una importante presa di coscienza di un passato spesso ignorato, dall’altro un modello positivo per il presente e futuro delle giovani generazioni del Kashmir (e non solo del Kashmir).  Va dato atto ad Amazon Prime di aver creduto fortemente in un progetto atipico rispetto agli standard dei film mainstream, dandogli massima visibilità grazie allo streaming globale in circa 200 paesi di tutto il mondo.  

All’epoca a cui il film fa riferimento, non si poteva nemmeno pensare che una “ragazza rispettabile” non solo cantasse, ma ne facesse addirittura una professione. Vivi da tanti anni in India, come viene vissuto a livello lavorativo il ruolo della donna, nel cinema ad esempio?

Raccontare l’India significa raccontare un continente, basti pensare che la Federazione Indiana raccoglie oltre venti stati ed i rispettivi linguaggi differenti, dalle vette dell’Himalaya fino alle isole tropicali delle Andamane.  Essere donna in un villaggio rurale del Bihar è una condizione molto diversa dall’essere donna in una metropoli dinamica e moderna come Bombay (oggi rinominata in Mumbai). Il Kashmir è un contesto particolare, perchè fortemente a maggioranza islamica sciita, a differenza del resto dell’India dove gli induisti sono ovunque maggioranza. Ma in fondo se ragioniamo al riparo da luoghi comuni, va ricordato che l’India ha avuto la prima premier donna nel 1966 con Indira Gandhi, l’Italia soltanto nel 2022 con Giorgia Meloni!  Conosco molte donne che lavorano a Bollywood in importanti ruoli di responsabilità, ed anche sul set le cose stanno cambiando rapidamente: già da alcuni anni importanti rental locali hanno lanciato workshop dedicati a sole donne per l’inserimento sui set come elettriciste o macchiniste. Più in generale penso che le donne indiane abbiano l’intelligenza e la forza per raggiungere autonomamente una emancipazione coerente ed organica alla grande cultura ed alle tradizioni millenarie di questo paese.

Come è nata la collaborazione con Renzu? È la prima volta che avete modo di lavorare insieme?

Songs Of Paradise e’ la nostra prima collaborazione.  Danish era rimasto colpito dal mio lavoro su Cobalt Blue (Netflix Original del 2022) e mi aveva contattato mentre ero su un set a Londra nell’estate del 2022.  Le riprese di Songs of Paradise erano fissate per settembre-ottobre di quell’anno, seppur interessato non avevo potuto dargli la mia disponibilita’ perché impegnato con i sopralluoghi di un altro film.  Fu ingaggiato al mio posto Ravi K Chandan, leggendario cinematographer indiano, che a sua volta dovette poi abbandonare il progetto per motivi personali.  Insomma, era destino che io facessi questo film: contattato nuovamente dalla produzione di Danish riuscimmo alla fine a trovare un compromesso di date con l’altro film in preparazione per far partire la nostra collaborazione.   

Come si è svolto il lavoro di preparazione? Quali sono state le reference e quale ricerca iconografica hai svolto?

Senza sapere quasi nulla del Kashmir avevo iniziato, circa un mese prima delle riprese, la mia ricerca concentrandomi soprattutto sulla fotografia.  Sebbene il Kashmir e le sue vette innevate siano da sempre sfondo privilegiato delle commedie romantiche di Bollywood io volevo distaccarmi da quel tipo di iconografia stereotipata e quindi ho adottato come riferimento le prime fotografie a colori realizzate nella regione. In particolare mi aveva affascinato il lavoro realizzato in Kashmir negli anni ’20 dello scorso secolo da Francis Price Knott, fotografo del National Society Magazine e pioniere della fotografia a colori, grazie alla tecnica dell’autocromia, un processo brevettato dagli stessi fratelli Lumiere nel 1903 e basato sulla sintesi additiva: una lastra di vetro è ricoperta da microscopici granelli di fecola di patate colorati in rosso, verde e blu-violetto che funzionano da filtri; sopra di essi è stesa un’emulsione fotografica in bianco e nero. Dopo esposizione, sviluppo e inversione, l’immagine positiva appare a colori, visibile per trasparenza, con un caratteristico aspetto pittorico.  Sono immagini di rara forza evocativa che proprio per la presenza dei granelli di fecola richiamano la pittura puntinista ed impressionista, quello era lo stile visivo che avevo presentato, con il mio Moodboard a Danish e che lui ha approvato subito.  La preparazione vera e propria, a causa degli altri miei impegni, è durata molto poco: ho mandato il mio Capo Elettricista a fare i sopralluoghi tecnici prima di me, io l’ho raggiunto per gli ultimi tre giorni.  Ancor prima di partire la mia richiesta principale alla produzione era stata di poter illuminare tramite trabattelli tutto il film, condizione che avevo posto come irrinunciabile. E così è stato.  In pratica tutta la mia strategia visiva per questo film si riduceva ad un semplice paradigma: utilizzare sempre la luce ad incandescenza e illuminare gli interni giorno sempre dall’esterno.  

Vuoi darci notizie sulla produzione?

Si trattava di una coproduzione indipendente, a basso budget, anche se non sembrerebbe, tra due soggetti locali, la Renzu Films del regista e la Apple Tree Pictures di Shafat Qazi, un investore statunitense originario del Kashmir.  In postproduzione è subentrata la Excel Entertainment di Ritesh Sidhwani e Fahran Akhtar, una delle case di produzione più rinomate in India per la qualità dei loro progetti.  In ultimo Amazon ha preso i diritti di distribuzione globali come “exclusive content”.

Avete girato realmente nel Kashmir, dove le vicende sono ambientate?

Il film è interamente girato in location nella città di Srinagar, capitale del Kashmir, e zone limitrofe.  La fotografia principale è durata 30 giorni.  Soltanto una breve scena (l’archivio di Radio Kashmir) è girato in teatro di posa a Mumbai. 

La protagonista del film Saba Azad, davvero convincente nella parte, è anche una vera cantante. Cosa ti ha lasciato il vostro incontro?

Saba è un’attrice straordinaria e generosa che ha dato vita alla nostra protagonista con grande sensibilità e passione.  Sul set e fuori dal set è una persona splendida e sempre disponibile con tutti. Saba, come tanti altri attori ed attrici indiani con cui ho avuto l’onore di lavorare, rende sempre speciale quel momento, subito dopo lo stop del regista, quando il mio occhio si leva dalla loupe ed incontra il loro sguardo.  Per me il rapporto con gli attori è l’aspetto più bello e gratificante del nostro lavoro.

Songs of Paradise è un film che invita a riflettere e ad ascoltare: la musica, i silenzi e le emozioni dei personaggi. Un film libero da inutili, superflui orpelli che rifugge il sensazionalismo, dove l’onestà e l’autenticità della narrazione danno vita a un’esperienza cinematografica da vivere, lasciandosi condurre per mano dalla storia. A livello formale, il film si segnala per un importante ricorso al flashback, declinato dall’anziana Zeba (Soni Razdan) che viene quindi intervistata da un ricercatore e appassionato di musica di Berkeley, affinché la sua storia possa essere raccontata a una generazione che sembra ormai averla dimenticata. Una scelta narrativa ben precisa dunque. Cosa puoi dirci in merito alla composizione delle immagini e allo stile della regia? In merito a ciò cosa predilige Renzu e come si rapporta con la luce?

Devo dire che con Danish abbiamo una notevole assonanza di gusti e di idee cinematografiche, la nostra collaborazione, da un punto di vista creativo, scorre senza intoppi, ci capiamo all’istante.  Forse anche per questo lui mi concede grande fiducia ed una volta stabilite le linee generali, l’esecuzione puntuale è del tutto compito mio.  Per Songs of Paradise volevo una macchina da presa in linea con i tempi che stavamo raccontando.  Non abbiamo mai utilizzato né carrello né steadicam, ma avevamo comunque un Operatore Ronin per tutto il corso delle riprese e che ho utilizzato con molta parsimonia.  A pensarci bene Songs Of Paradise è l’unico film che ho girato in India senza carrello, una assenza che non mi è pesata, ma che trovo funzionale per il tipo di film che volevamo fare. 

Pur essendo ambientato in un periodo turbolento del Kashmir, regione storico-geografica dell’Asia meridionale, divisa tra India, Pakistan e Cina, oggetto di un lungo conflitto per la sua sovranità, la regia mostra volutamente poco dei disordini politici o sociali, scegliendo di rappresentare i personaggi come immersi in un mondo onirico, quasi utopico sembrerebbe, in contrapposizione alla cruda realtà di quegli anni: una scelta narrativa tradotta anche a livello estetico?

La cruda realtà a cui fai riferimento era sempre con noi, dalla mattina alla sera, durante le riprese del film: quando giravamo in città c’era sempre l’esercito indiano a presidiare i set e garantire la nostra sicurezza.  La loro presenza mi ha fatto piacere e sono grato a quegli uomini.  Personalmente non mi sono mai sentito in pericolo o in difficoltà, mi ispiravano quei milioni di persone che vivono la loro quotidianità senza lasciarsi condizionare dal terrorismo e credo che Songs of Paradise voglia anche essere un tributo ed un riconoscimento a questo popolo. 

Nel film gli interni domestici di metà secolo e gli spazi degli studi radiofonici, così come i costumi contribuiscono alla narrazione visiva, all’interno della quale la tua fotografia, con toni caldi e accoglienti – e un notevole gusto pittorico – ricrea alla perfezione l’atmosfera della storia: come è stata la collaborazione con i reparti scenografia e costume?

Sheetal Sharma è uno dei costumisti più affermati di Bollywood, nel poco tempo disponibile e senza mai essere presente sul set, ha fatto in Songs of Paradise un lavoro straordinario, coadiuvato perfettamente dal suo team di assistenti.    Gli scenografi Somanwita Bhattacharya e Protiqe Mojoomdar hanno avuto l’intelligenza di affidarsi ad una squadra locale che ha garantito l’autenticità delle scene. Mai come in questo caso è vero che questi due reparti, se ben da noi coordinati, costituiscono la metà della nostra cinematografia.

Sulla palette cromatica che hai scelto, cosa puoi dirci?

In Songs Of Paradise I toni caldi permeano tutto il film, in accordo con i verdi e rossi primari delle vetrate colorate che contraddistinguono i palazzi storici, con l’eccezione del blu spesso assente se non quando presentiamo la protagonista nella sua forma “celestiale”, cioè letteralmente “degna del Cielo, degna del Paradiso” come spiega la Treccani. Il Paradigma ideale per me in questo senso è il blu della Madonna del Parto di Piero Della Francesca.

Cosa puoi dirci riguardo i tuoi collaboratori, il tuo reparto?

Il mio reparto è sempre lo stesso, con qualche lieve eccezione, da quando lavoro in India e ognuno di loro è assolutamente fondamentale per il mio lavoro, in particolare il mio Primo Assistente Saif Shaikh ed il mio Capo Elettricista Aadil Bharde.

E sulle specifiche tecniche? Camera, lenti, formato…

Abbiamo girato in Alexa Mini, perchè la 35 non era ancora disponibile all’epoca, con ottiche Hawk C-Series Anamorfiche.  Il formato s35mm anamorfico è il mio preferito e queste ottiche si sono rivelate una scelta assolutamente azzeccata per quello stile visivo pittorico impressionista che volevo ottenere.  Il film è illuminato pressocchè totalmente con l’incandescenza: Fresnel e Dino Lights.   Avevo sempre un 24 K disponibile anche nelle location più impervie. E anche le Par Can spesso battute a terra per estendere e raccordare la luce proveniente da fuori le finestre. Se ricordo bene abbiamo acceso le scariche soltanto un giorno per la scena all’interno dell’auditorium.  Ogni tanto abbiamo utilizzato dei proiettori al LED di piccolo taglio, in particolare il 300 della Aputure, con il light dome.

Qual è stato il tuo approccio alla post-produzione?

Con Sid Meer, il colorist di Songs of Paradise, aveva già lavorato su due precedenti produzioni Netflix: Ghoul, miniserie del 2018, e Cobalt Blue, film del 2022.  Il suo laboratorio, Bridge Post works, si è fortemente imposto negli ultimi anni soprattutto per le produzioni legate alle piattaforme streaming OTT.  Ma a differenza delle nostre precedenti collaborazioni, in Songs of Paradise non abbiamo avuto la possibilità di lavorare insieme fin dalla preproduzione e non ho avuto sul set con me la sua squadra di DIT e Data Manager.  Ho lavorato senza LUT, semplicemente adottando il REC 2020 come color output per il monitoraggio e le transcodifiche: al di là delle specifiche di ciascun progetto, in generale devo dire che tanto più semplice è il workflow di postproduzione tanto più felice sono. La semplicità è una qualità preziosa che rimpiango dell’epoca della pellicola

Nell’ultimo decennio ti sei distinto tra i maggiori professionisti dell’immagine che operano nel cinema indiano: prima di Songs of Paradise, ricordiamo ad esempio il recente successo dell’action-movie Fateh, diretto e interpretato dalla star indiana Sonu Sood, e l’adattamento cinematografico del libro cult Cobalt Blue come Netflix Original.  Cosa puoi svelarci della tua esperienza, soprattutto in relazione alla tua professione di cinematographer?

Imparare a conoscere ed amare un paese tramite la macchina da presa cinematografica è un privilegio speciale, specialmente se sei un individuo che ama viaggiare e vivere da straniero in luoghi lontani da quelli in cui sei nato.  In India ho girato da nord a sud, dal Kashmir a Kerala, e da occidente ad oriente: da Bombay fino all’estremo confine del Nagaland: questo è un paese in cui l’occhio non si annoia mai.  Luoghi e popolazioni che non smettono mai di meravigliarmi e spesso di commuovermi.  Credo che queste capacità di meravigliarsi e di commuoversi determinano necessariamente, più delle scelte tecniche, il modo in cui si interpreta e realizza concretamente la nostra professione.