NEXT GEN: AIC INCONTRA MASSIMILIANO KUVEILLER
NEXT GEN
a cura di Vincenzo Condorelli, AIC, IMAGO
Con NEXT GEN, AIC apre una finestra sulle nuove voci della cinematografia italiana, raccontando i percorsi, le sfide e le visioni della prossima generazione di cinematographers. Attraverso interviste, approfondimenti e racconti di esperienze sul set, questa rubrica darà spazio ai talenti emergenti, esplorando il loro approccio alla luce, alla narrazione visiva e alle nuove tecnologie. Un’opportunità unica per scoprire chi sta contribuendo a ridefinire il linguaggio cinematografico del futuro.
Quando e come ti sei avvicinato al mestiere di autore della fotografia?
Ho iniziato a lavorare molto presto sul set, entrando nel reparto operatori. È stato un percorso lungo, fatto di anni di gavetta in cui ho ricoperto diversi ruoli e imparato il mestiere sul campo, osservando e facendo. Dopo qualche anno, mi è capitata l’occasione di curare la fotografia di un piccolo film: un progetto con pochi mezzi ma grande libertà. Da lì è cominciato tutto. Quella esperienza mi ha permesso di capire che era una strada possibile, e ho continuato a seguirla, film dopo film.
Quali sono stati i tuoi riferimenti iniziali, i tuoi maestri?
All’inizio ho avuto la fortuna di lavorare con mio nonno, che mi ha trasmesso un primo sguardo sul mestiere. Poi, nel corso degli anni, ho collaborato con tanti direttori della fotografia, da cui ho imparato molto. In particolare, ho lavorato spesso con Fabio Zamarion, Sayombhu Mukdeeprom (il direttore della fotografia di “Suspiria”) e Agostino Castiglioni. Sono state esperienze preziose. Vederli lavorare da vicino è stato formativo sotto ogni aspetto. Sono stati grandi maestri, e solo potersi avvicinare al livello del loro lavoro sarebbe per me un privilegio.
Nella tua filmografia figurano lavori eterogenei, emerge una grande varietà di generi. Cosa ti guida nella scelta dei progetti e come ti relazioni con il tono visivo di ciascuno?
Non seguo un genere preciso. Cerco di capire subito che tipo di film ho davanti e cosa può funzionare visivamente, senza imporre un’estetica predefinita. Ogni storia ha il suo respiro e va trattata di conseguenza. Nel caso di “Diciannove”, il tono era molto definito: asciutto ma anche emotivo. Con Giovanni Tortorici ci siamo capiti in fretta e abbiamo costruito un impianto visivo semplice, diretto, che fosse al servizio della storia. È stato un lavoro molto fluido, dove ci siamo potuti permettere anche delle scelte un po’ più coraggiose.
C’è un progetto che consideri particolarmente rappresentativo del tuo modo di lavorare?
Non so se c’è un film che rappresenta in assoluto il mio modo di lavorare, perché ogni progetto è diverso e richiede un approccio specifico. Quello che cerco di fare, sempre, è adattarmi al film che ho davanti: non deve essere il progetto a piegarsi al mio stile, ma il contrario. Quando questo equilibrio si crea, quando il dialogo con il regista è chiaro e si lavora nella stessa direzione, le cose funzionano meglio. Ho avuto la fortuna di lavorare su bellissime opere prime, come quelle di Alessandro Roia e Francesco Sossai, dove c’era un’urgenza forte e una visione molto chiara già in partenza. Mi interessa trovare un linguaggio visivo che rispetti il tono e il passo del film. A volte bastano poche scelte, fatte con precisione, per costruire un impianto visivo che accompagni la storia in modo efficace, senza aggiungere peso inutile.
Che rapporto hai con la luce? Preferisci controllarla o lasciarti sorprendere?
Dipende dal film. In certi casi serve un lavoro molto preciso, dove ogni dettaglio è costruito e controllato. In altri, è meglio lasciare spazio a quello che succede sul momento, adattarsi alle situazioni. Non ho un metodo fisso. Quello che conta è che il lavoro sul set sia funzionale alla storia e alla libertà del regista. La luce deve essere uno strumento, non un esercizio di stile. Deve sostenere il racconto, creare lo spazio giusto per i personaggi, senza mai distrarre da quello che davvero importa.
Il tuo cognome rappresenta una eredità importante: Luigi Kuveiller è stato uno dei protagonisti dell’epoca d’oro del cinema e della cinematografia italiana, amato da registi, attori e colleghi, sempre presente e coinvolto nella vita dell’AIC. Cosa rappresenta per te questa eredità e come ha influenzato il tuo percorso professionale fino ad oggi?
È un cognome che inevitabilmente porta con sé un peso, ma anche una grande occasione. All’inizio è stato un modo per entrare nel mestiere, per vedere come funziona davvero il lavoro sul set. Ho avuto la fortuna di osservare da vicino una generazione che aveva un rapporto molto serio con il cinema, con le immagini, con la responsabilità del proprio ruolo. Questa eredità mi ha formato più nel modo di lavorare che nelle scelte estetiche. Mi ha insegnato il rispetto per il set, per le persone, per il tempo degli altri. Con il tempo ho trovato una direzione mia, senza il bisogno di staccarmi in modo netto, ma cercando una continuità che fosse naturale. Non ho mai sentito il bisogno di marcare una distanza: ho semplicemente seguito i progetti che mi interessavano, cercando di fare il mio lavoro nel modo più onesto possibile.
Come vedi la nostra professione tra dieci anni? Come ti immagini?
Difficile fare previsioni, soprattutto in un momento come questo, dove le trasformazioni sono continue. Cambiano i formati, cambiano le tecnologie, cambiano anche i modi di guardare. Penso che il mestiere sarà sempre più legato alla capacità di adattarsi, di trovare un equilibrio tra tecnica e visione. Ci sarà forse meno tempo, meno mezzi, ma resterà centrale il lavoro sulle immagini, sulla luce, sul racconto. Per quanto mi riguarda, spero solo di continuare a fare film che abbiano un senso, con persone che stimo. Il resto si aggiusta strada facendo