L’ AIC si congratula calorosamente con Maurizio Calvesi, AIC per la conquista del Globo d’Oro alla Miglior Fotografia per il film L’abbaglio di Roberto Andò. Calvesi, vincitore per la quarta volta del prestigioso riconoscimento assegnato dalla stampa estera, ha avuto la meglio sui colleghi Paolo Carnera, CCS e Michele D’Attanasio, CCS nominati rispettivamente per La città proibita e L’ eterno visionario.
L’abbaglio – film in cui si narra la spedizione dei Mille – è un film ambizioso e complesso che suggerisce molte riflessioni non soltanto sul passato, ma anche sul presente dell’Italia: vi è più di una connessione che unisce L’abbaglio [2025] al precedente La stranezza, uscito nel 2022, sempre per la regia di Andò; i tre attori protagonisti ovvero Tony Servillo, Ficarra e Picone, gli stessi sceneggiatori [Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Andò], le splendide immagini firmate da Calvesi e la commistione tra storia e finzione, attraverso la presenza comica e grottesca appunto di Ficarra e Picone che si palesano al cospetto dell’autenticità storica dei personaggi di Servillo, che ne L’abbaglio interpreta il colonnello Vincenzo Giordano Orsini, nobile siciliano e patriota, tra i più stretti collaboratori di Garibaldi.
Maurizio Calvesi: “Entrambi i film rappresentano una perfetta fusione tra fatti storici e di fantasia, con Tony Servillo che interpreta personaggi realmente esistiti, come Luigi Pirandello e Orsini, mentre Ficarra e Picone personaggi immaginari. A proposito di Servillo vorrei aggiungere questo particolare: è un attore che “sente” la luce, riuscendo a gestirla perfettamente all’interno della sua performance recitativa. Tornando a L’abbaglio è un film a cui tengo moltissimo, è stato un vero e proprio viaggio; personalmente è stato di grande stimolo, perché anche se narra una vicenda del passato, è un film che parla dei giovani, di questi garibaldini che volevano cambiare la storia, pieni di entusiasmo e con degli ideali e questo concetto l’ho applicato anche al mio lavoro. Io avevo già lavorato a un film simile nell’argomento, il Risorgimento, ovvero I Vicerè di Roberto Faenza, tratto dal romanzo omonimo di Federico De Roberto, e dopo tanti anni mi sono ritrovato nuovamente a dovermi confrontare con la stessa tematica. Nel corso del tempo c’è stata in me una naturale evoluzione, e ho cercato di fare un film, recuperando la grande tradizione del cinema italiano, di capolavori come Il Gattopardo ad esempio, illuminato dal nostro Peppino Rotunno, declinandola quindi nella modernità, anche grazie alla tecnologia odierna del cinema digitale, ma rimanendo fedele all’illuminazione del periodo storico che raccontiamo nel film. Un lavoro filologico rivolto prima di ogni cosa alla verità e al realismo per quanto possibile; sono contrario ad esempio alla cosiddetta “luce a pioggia” a prescindere, anche quando non dovuta, che cade dai soffitti, la luce quando proviene da “terra”, dal basso, deve rispecchiare la sorgente luminosa, come nel caso della luce delle candele in scena. Certo poi per determinati esterni, come nel caso dello sbarco di Quarto, si è soggetti a precise dinamiche di messa in scena, per tradurre in luce le immagini, da cui non si può prescindere. Sono riuscito a fare tutto quello che avevo in mente, grazie a queste splendide macchine da presa firmate Arri, nello specifico Alexa 35, girando in formato anamorfico come la storia richiedeva, e a Roberto Andò, regista con il quale ho instaurato oramai un sodalizio professionale ventennale; siamo entrambi uomini di cinema, che vedono nella stessa direzione e che vanno alla ricerca delle stesse immagini. Mi piacerebbe che i miei giovani colleghi potessero confrontarsi con un film in costume, con i colori, con la pittura, la storia: per loro sarebbe incredibilmente formativo, ma purtroppo oggi in Italia se ne producono pochissimi, si possono contare sulle dita di una mano.”